Terzo Settore: nuovi regimi fiscali non prima del 2021

Partiranno non prima del 2021 i nuovi regimi fiscali di favore per gli enti non profit previsti dalla riforma del terzo settore. È il risultato del fatto che il Registro unico nazionale del terzo settore vedrà la luce - secondo le previsioni del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali - dalla primavera del prossimo anno. La riforma prevede infatti che le nuove regole per la tassazione degli enti si applichino dal periodo di imposta successivo a quello del via libera della Commissione europea, e comunque, non prima del periodo di imposta successivo a quello di operatività del Registro unico (Dlgs 117/2017, articolo 104, comma 2). Il decreto che stabilirà le regole del nuovo Registro unico è atteso per ottobre. Ci saranno poi sei mesi di tempo per l’allineamento delle Regioni e per predisporre la struttura informatica del Registro, in collaborazione con Unioncamere. Il “popolamento” del Registro dovrebbe partire così ad aprile 2020.

Si sposta quindi in avanti il debutto della parte più consistente della riforma: il regime forfettario di determinazione del reddito per gli enti del terzo settore non commerciali (articolo 80 del Codice del terzo settore), i nuovi regimi di tassazione per organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale (articoli 84, 85 e 86 del Codice), la detassazione degli utili reinvestiti dalle imprese sociali nelle attività istituzionali e gli incentivi fiscali per chi investe nel capitale delle stesse imprese sociali (articolo 18 del Dlgs 112/2017).

Quanto alla richiesta dell’autorizzazione Ue, che deve partire dal ministero del Lavoro, il responsabile della direzione generale del terzo settore, Alessandro Lombardi, fa sapere che «il tavolo tecnico con il ministero dell’Economia per preparare il dossier da inviare a Bruxelles sta procedendo, sia sul fronte del Codice del terzo settore, sia sull’impresa sociale».
Il Registro unico nazionale del terzo settore sostituirà una miriade di registri locali. Sarà pubblico e accessibile a tutti in modalità telematica: un traguardo rilevante per la trasparenza delle informazioni sulle organizzazioni non profit, dalle attività ai bilanci, per arrivare ai rendiconti delle raccolte fondi (da depositare ogni anno). «Il popolamento del Registro - spiega ancora Alessandro Lombardi - dovrebbe partire dalla primavera del 2020 con la trasmigrazione dai registri locali di organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale (circa 56mila enti, ndr). Seguiranno gli altri enti. Le organizzazioni che hanno la qualifica di Onlus potranno invece restare iscritte all’anagrafe tenuta dall’agenzia delle Entrate fino al debutto dei nuovi regimi fiscali e all’abrogazione del regime attuale».
La platea potenzialmente coinvolta dall’iscrizione al Registro è di 343.432 enti, ma entrare a farne parte non è obbligatorio.

Il rinvio al 30 giugno 2020 della scadenza per adeguare gli statuti alla riforma, disposto dal decreto crescita, potrebbe causare qualche problema, come spiega Roberto Museo, direttore di Csvnet, l’associazione nazionale dei centri di servizio per il volontariato: «È in agguato il rischio di caos nella fase di trasmigrazione - spiega - dovuto al disallineamento temporale tra la possibilità di adeguare gli statuti fino a giugno 2020 e la probabilità che il Registro unico sia attivo prima. Come faranno gli uffici del Registro a verificare i requisiti richiesti dal Codice del terzo settore - chiede - se molti enti non avranno ancora modificato i propri statuti?».
Al tavolo tecnico per predisporre le regole del Registro partecipano anche esponenti delle regioni. Per l’assessore al Welfare della Puglia, Salvatore Ruggeri, «è auspicabile che il nuovo Registro unico del terzo settore dialoghi informaticamente con gli altri dati di cui dispone la Regione». In Veneto, come spiega l’assessore ai servizi sociali Manuela Lanzarin, «i registri delle Odv e delle Aps sono già gestiti su base regionale e non provinciale. Nel contesto dell’autonomia - aggiunge - cercheremo comunque di preservare le buone pratiche già esistenti in regione, anche nell’ambito del terzo settore».
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